Albaredo per San Marco è uno dei più vitali centri delle Orobie valtellinesi. Conta attualmente 409 abitanti (chiamati dialettalmente "barilòt") ed è posto a 910 metri, nella parte mediana della valle omonima, la più orientale delle due grandi valli del Bitto. Si raggiunge facilmente partendo dalla piazza S. Antonio di Morbegno e salendo, per 11 km, nella valle sulla strada provinciale per il passo di S. Marco (a 27 km da Morbegno).
Il suo territorio comunale occupa la sezione sud–orientale della valle: sul lato occidentale, infatti, scende verso nord al passo di S. Marco (m. 1992) al torrente Bitto di Albaredo, che segue nel suo corso fino alla confluenza, da est, della Valletta, appena a Valle dell'abitato di Albaredo. Raggiunto il punto più basso (m. 573), piega ad est, seguendo interamente il solco della Valletta fino al crinale che separa la valle dal versante orobico a monte di Talamona. Corre, poi, verso sud–est, lungo questo crinale, passando per il monte Baitridana (m. 1881) e salendo al monte Lago (m. 2353), a monte dell'alpe omonima. Piega, successivamente, a sud, seguendo il crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Budria (ramo occidentale dell'alta Val Tartano) e passando per i monti Pedena (m. 2399) ed Azzarini (o Fioraro, m. 2431), la cui cima rappresenta il punto più alto del terriotorio comunale. Sul lato di sud–est, infine, il confine segue il crinale fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Mora (Val Brembana, provincia di Bergamo), dal monte Azzarini al passo di S. Marco, passando per il pizzo delle Segade (m. 2173).

Un territorio, quindi, di non grande estensione (17,93 kmq), ma di straordinaria bellezza, occupato quasi interamente da dense peccate ed ampi e pregiati pascoli. Pregiati perché nei cinque alpeggi ancora monticati si produce il celeberrimo Bitto, il più famoso fra i formaggi di Valtellina prodotto con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Il termine deriva forse dal celtico "bitu" ("perenne"), con riferimento ai lunghissimi tempi di conservazione del prodotto.
Al fascino della natura e della produzione casearia Albaredo unisce quello di una storia di grande interesse. Difficile risalire ai primi abitatori, in epoca storica, della Valle del Bitto: forse furono i Liguri, che (come leggiamo nel bel volume di Patrizio Del Nero "Albaredo e la Via di S. Marco", pubblicato nel 1985 da Editour) hanno lasciato tracce nel dialetto locale in termini come "sberlüsc" (lampo) e "matüsc" (caciottella di formaggio molle). Lo stesso termine "Albaredo" deriva, forse, come vuole l'Orsini, dal prefisso ligure "alba", che è anche in Albosaggia, anche se più probabile è la derivazione dal latino "arboretum", e quindi da "arbor", nel significato di "luogo piantato ad alberi" o "luogo piantato a pioppi").

Probabile è la presenza di Etruschi che, nel IV sec. a. C., fuggirono all'invasione gallica del fondovalle della Valtellina. Di origine forse etrusca sono termini quali "puiàtt" (la catasta per la produzione del carbone da lenta combustione, il fuoco acceso) e "nabir" (il muco che talora cola dal naso). Sicura è, invece, la presenza romana nei secoli successivi: per i passi orobici passò Publio Siro nella sua spedizione punitiva del 16 a.C. contro i Galli Vennoneti. Alla caduta dell'Impero Romano succedettero secoli di confusione ed incertezza: i primi dominatori a porre saldamente piede nei versanti orobici furono, dal Vi sec. d.C., i Longobardi, che, come riporta sempre il Del Nero, hanno lasciato segni importanti nell'idioma locale, quali "güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco).
Nel secolo VIII anche la loro dominazione cadde, per l'urto dei Franchi. Nei secoli successivi la Valtellina risentì della formazione del sistema feudale nel contesto del Sacro Romano Impero. In questo sistema la Valle di Albaredo, dal secolo XI, fu legata da vincoli feudali con la parrocchia di S. Martino in Morbegno, cui versava le decime. A partire dal 1210, però, anche Albaredo si inserì nel generale movimento di costituzione di comuni che aveva interessato buona l'Italia centro–settentrionale, e si costituì come comune, retto da un podestà locale, e si schierò, come buona parte dei comuni del versante orobico della bassa Valtellina, dalla parte dei ghibellini, in contrapposizione ai comuni del versante retico (Costiera dei Cech), che erano guelfi.

Il Duecento è anche il secolo nel quale compare un primo elemento che segnerà profondamente l'economia della Valle di Albaredo (e di molte altre valli orobiche), la perimetrazione per le concessioni minerarie, relative soprattutto al ferro, che, nel sistema produttivo medievale era metallo molto prezioso. Fu soprattutto la zona ai piedi dei monti Pedena ed Azzarini ad essere interessata dall'attività estrattiva; la lavorazione dei minerali, che si avvaleva di forni di cui sono rimaste tracce sul fondovalle, nei pressi del torrente Bitto, e per la quale venne costituita la Società dei Forni di Ferro, poteva avvalersi dell'abbondante disponibilità di legname e fu vitale almeno fino alla fine del secolo XVIII. Negli Statuti di Como (ricordiamo che la Valtellina apparteneva, come appartiene ancora oggi, alla Diocesi di Como) del 1335 Albaredo figurava come "comune loci de Alberedo": i suoi beni (come quelli degli altri comuni) erano dichiarati inalienabili (e la proibizione della vendita si conservò fino al periodo della dominazione austriaca nel secolo XIX).

Tre anni dopo, nel 1338, comparvero sulla scena valtellinese di Visconti signori di Milano, che soppiantarono, in bassa Valtellina, il dominio dei Vicedomini e divisero l'intera valle in tre terzieri, superiore, di mezzo ed inferiore. Albaredo venne incluso fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina, ed aggregato alla squadra di Morbegno, mentre, dal punto di vista religioso, rimase dipendente dalla pieve di Ardenno. Conservò, però, i suoi ordinamenti comunali, definiti dagli Statuti del 1543 e centrati sull'assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, che si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva anche un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie.
Il Quattrocento è un secolo legato ad importanti avvenimenti. Innanzitutto il primo contatto fra Valle di Albaredo e Veneziani, che poi avrebbero giocato un ruolo decisivo nella storia della comunità di Albaredo.
La Serenissima Repubblica di Venezia, in lotta con Milano, tentò di scalzare i Visconti dalla Valtellina e le sue truppe, partendo dalle alti valli bergamasche, che già erano in suo possesso, scesero ad affrontarli, passando proprio dal passo di S. Marco: vennero, però, disastrosamente sconfitte nella battaglia di Delebio del 1432. Fallito il progetto di un'acquisizione politica della Valtellina alla Repubblica di Venezia, rimase aperta la partita dell'influenza economica, che gli Sforza (succeduti ai Visconti nella signoria di Milano dal 1450) non ostacolarono.
La seconda metà del Quattrocento venne segnata dalla terribile epidemia di peste che flagellò la comunità di Albaredo dal 1480 al 1482. Era, questo morbo, il più temuto, per la sua virulenza e per la crudezza dei sintomi. Si spiega, quindi, la consacrazione della chiesa di Albaredo (di origine probabilmente duecentesca), nel 1490, a S. Rocco, il protettore degli appestati, la cui devozione nella valle, unita a quella per S. Antonio abate (Sant'Antuni dul purscél, raffigurato sempre in compagnia di un porcellino), protettore delle bestie e dei contadini, fu sempre molto viva.

Nel secolo successivo la comunità di Albaredo vide sancita la propria autonomia religiosa: la parrocchia dei Santi Rocco e Sebastiano, di nomina comunitaria, fu eretta nel 1563, con atto rogato da Giovanni Curtone di Morbegno. Il Cinquecento si apre con un nuovo avvicendamento nel dominio della Valtellina: dal 1512, infatti, questa viene annessa ai domini delle Tre Leghe. Fra i governatori della Valtellina per conto delle Tre Leghe vi fu anche Giovanni Guler von Weineck, che resse la valle 1587–88 e che nel 1616 pubblicò a Zurigo il volume "Raetia", una descrizione della valle cui era rimasto fortemente legato. In quest'operetta così descrive la situazione delle Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola: "Da Morbegno si estende, in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall'allevamento del bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che essi esercitano in diversi luoghi d'Italia. In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili...". Su Albaredo, però, si limita ad osservare laconicamente che "ad un'ora e mezza da Morbegno, sulla riva destra del Bitto, sorge il comune di Albaredo".
Il quadro tracciato dal diplomatico e uomo d'armi, secondo il Del Nero, è eccessivamente idilliaco (forse anche per mostrare le conseguenze positive del governo delle Tre Leghe), in quanto "in netto contrasto con i dati dell'estimo valtellinese del 1531, indubbiamente fedele in quanto su di esso ci si basava per l'applicazione delle imposte, secondo il quale il comune di Albaredo si trovava tra gli ultimi nel calcolo del reddito, e basso era il punteggio attribuito al valore dei boschi e degli alpeggi...La scarsità della popolazione, messa in rapporto con quella rilevata...negli insediamenti retici e del fondovalle, testimonia della povertà e dell'economia di sopravvivenza della vallata. Scarsissime sono in Albaredo, inoltre, le testimonianze di vita associativa dell'epoca legate in genere all'assistenza ai molti bisognosi..." (da Patrizio Del Nero, op. cit., pg. 19).

Un secondo illustre scrittore che ci dà notizie sulla situazione della comunità sul finire del Cinquecento è il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che ne parla nei resoconti della sua visita pastorale del 1589, in questi termini: "Sul monte sopra Morbegno, lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno, c'è la frazione di Valle...A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo...Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo c'è Albaredo, con sessanta famiglie tutte cattoliche con la chiesa (edificata nel 1250 e consacrata nel 1490) dedicata a S. Rocco, vicecurata; ne è rettore il sacerdote Giovanbattista Veranda, di Morbegno". I 60 fuochi, cioè le 60 famiglie di cui parla il vescovo corrispondono ad una popolazione complessiva che si può approssimativamente stimare di 300–400 abitanti (nel 1627, però, da altra fonte ne risultano 267).
Siamo, ormai, alla vigilia di una svolta decisiva nella storia della comunità di Albaredo: nell'ultimo decennio del secolo si colloca, infatti, l'avvenimento destinato ad incidere più fortemente nella storia della comunità di Albaredo. I Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell'Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell'arco di un biennio circa (1590–92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata "via Prìula".

La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l'esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l'utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da "birozzi" (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico. Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un'insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l'avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull'intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca' San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.
Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio–Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d'Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota. Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: "...dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall'Italia verso l'Europa centro–occidentale e 784 in direzione inversa... (da un rapporto segreto citato nell'opera di Patrizio Del Nero; vedi sopra). Ecco qual è l'origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza...S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell'Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia.

Dei transiti commerciali la comunità di Albaredo ebbe sicuramente a giovarsi, anche il periodo d'oro (si puà ben dire) di questi commerci durò una quarantina d'anni, in quanto, come vedremo, l'epidemia di peste del 1629–30 le inferse un colpo assai duro. Il quadro che della gente di Albaredo traccia un anonimo in uno scritto dell'inizio del Seicento (recuperato dallo storico Sandro Massera) è, comunque, ancora felice lusinghiero: "...E' bella gente ; ne vanno altri a Bressia, Verona, Vicenza, Padova, Venetia, massima quelli della valle del Bit per andar in bergamasca, cioè Pedesina, Albaredo, Girult: sono uomini grandi, fanno macellari o siano luganegari, bellissimi di statura, diritti e buoni per le armi et ancora huomini reali e da bene ; ne vanno assai ancora a Bologna, Ferrara, Mantova ..." (da Parizio Del Nero, op. cit.).
Tuttavia Albaredo non era un'isola felice, e non si poté sottrarre alle tragedie di cui il Seicento fu, purtroppo, prodigo per l'intera Valtellina, che fu uno dei teatri sui quali si combatté, dal 1618, la Guerra dei Trent'Anni. La calata dei Lanzichenecchi nel milanese, dal passo dello Spluga, fra il 1929 ed il 1630, in particolare, fu all'origine di quella terribile epidemia di peste (descritta, a Milano, anche dai Promessi Sposi del Manzoni) che ridusse la popolazione valtellinese a meno della metà. Terribile fu il colpo anche per Albaredo: i suoi abitanti, da 400 che erano sul finire del secolo precedente, si ridussero a 188 nel 1638. Il colpo fu inferto anche ai commerci sulla via Priula: Venezia, temendo il dilagare del morbo nella bergamasca, provvide infatti a chiuderla, anche se ciò non valse ad impedire il contagio, che si estese alla Val Brembana. È l'inizio di una lenta decadenza per la gloriosa via Priula, che venne in seguito riaperta, e ravvivata da un rinnovo degli accordi politici fra Venezia e Tre Leghe nel 1707, ma venne sempre meno curata, per cui, nella seconda metà del Settecento, giacque in uno stato di progressivo abbandono.

Tornando alla Guerra dei Trent'Anni, si deve rilevare che la Valle di Albaredo, nella quale non si diffuse la confessione riformata, fu, almeno, risparmiata dalle sanguinose lotte fra cattolici e protestanti, di cui il cosiddetto sacro Macello valtellinese del 1620 è l'atto più tristemente noto. Le difficoltà economiche dei secoli XVII e XVIII spiegano il forte flusso emigratorio che la interessò, e che ebbe come destinazione soprattutto il porto di Livorno. Qui gli emigrati, dal Seicento alla metà dell'Ottocento, esercitarono l'attività di facchini e di scaricatori, aderendo alla "Compagnia dei facchini voltolini e bergamaschi", fondata all'inizio del Seicento. Un segno di questo legame con il porto toscano è la statua lignea della Madonna del Montenero, che si trova nella chiesa parrocchiale di S. Rocco e che venne portata a mano, dagli emigrati, da un santuario di Livorno ad Albaredo, nel 1790. In questo periodo il paese era, da diversi decenni, in lenta ma progressiva ripresa, dopo il periodo nero del Seicento: gli abitanti, nel 1797, erano 333 abitanti.

La fine del Settecento è segnata dalla bufera napoleonica che si abbatté sull'Europa, e raggiunse anche la Valtellina, decretando la fine, nel 1797, del dominio delle Tre Leghe, durato poco meno di tre secoli. La dominazione francese portò molti rivolgimenti istituzionali, ma, dal punto di vista economico, non giovò alle Valli del Bitto, dove venne attuato un esbosco selvaggio (mentre nei secoli passati le pene per gli abbattimenti non autorizzati erano assai severe, e contemplavano il taglio della mano), con la conseguenza di un dissesto idrogeologico del territorio che lo espose a slavine e frane. Furono anni nei quali la configurazione istituzionale della Valtellina venne più volte rimaneggiata. Nella prima ripartizione del dipartimento d'Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Albaredo venne assegnato al distretto di Morbegno. Nell'assetto definitivo della repubblica cisalpina, del maggio 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Albaredo rientrava fra i settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.

Alla repubblica cisalpina succedette il Regno d'Italia, nel quale , con il decreto 8 giugno 1805, il comune di Albaredo venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe con 332 abitanti. Con decreto del 31 marzo 1809 venne, poi, attuata l'unificazione dei comuni di Albaredo, con Bema, Cosio, Rasura e Morbegno nel comune denominativo di Morbegno. Cadde Napoleone, ma questa aggregazione venne confermata nel 1815, dopo l'assoggettamento del dipartimento dell'Adda al dominio della casa d'Austria nel regno lombardo–veneto (comparto 1 maggio 1815). Albaredo aveva allora 314 abitanti. In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo–veneto del 12 febbraio 1816 il comune di Albaredo, di nuovo autonomo, fu inserito nel distretto IV di Morbegno.
Il dominio asburgico mise in atto diversi provvedimenti favorevoli alle economie locali, ma ingiunse ai comuni di mettere in vendita i propri beni per risanare i bilanci. Ad Albaredo questi furono acquistati non da singoli, ma da un consorzio dei capifamiglia della comunità, al fine di evitare una frammentazione che avrebbe avuto conseguenze negative nella fragile economia del paese.

Le vicende risorgimentali portarono alla cacciata degli Austriaci ed alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861: Albaredo contava allora 358 abitanti. Cambiò anche la denominazione ufficiale del comune: il 28 giugno 1863, infatti, Vittorio Emanuele II autorizzò la nuova denominazione di Albaredo per San Marco. Iniziava nell'Italia postunitaria un periodo di progressivo miglioramento delle condizioni economiche del paese, che, pur non interrompendo il flusso migratorio, che durava ormai da qualche secolo e che si era concentrato, in tempi più recenti, verso gli Stati Uniti, portò ad un aumento del numero degli abitanti, che salirono nel 1881 a 468, numero che supera nettamente quello attuale. In quegli anni all'antica e gloriosa Via Priula si sostituì la nuova pista che da Morbegno sale ad Albaredo, tracciata fra il 1800 ed il 1885 e mandò in pensione la "strada de la cà" (con riferimento alla Ca' San Marco). Anche nei primi due terzi del secolo XX la tendenza del paese rimase alla crescita, e nel 1966 il numero di abitanti raggiunse il tetto massimo: ben 640.
Poi il boom economico e l'impiego di un numero sempre maggiore di persone nelle aziende e nelle attività produttive del fondovalle innescò una nuova emorragia nel numero di abitanti, anche se i legami con la comunità d'origine restavano ben vivi. Gli anni Sessanta sono anche legati alla realizzazione di un progetto che venne formulato già all'inizio del secolo, quello di una carrozzabile che, sostituendo la gloriosa via Priula, consentisse di collegare la Valle di Albaredo alla Val Brembana, valicando il passo di S. Marco.

Per la verità i progetti in campo per la realizzazione della Transorobica che collegasse Valtellina e versante bergamasco erano più d'uno: accanto a quello legato al passo di S. Marco ne venne proposto, per sempio, anche uno che prevedeva di utilizzare la direttrice Sondrio–Foppolo, passando per la Valle del Livrio. Prevalse, però, alla fine, la soluzione più semplice. Il 4 aprile del 1966 sul versante Bergamasco la rotabile raggiunse il passo, con l'inaugurazione dell'ultimo tratto Mezzoldo–Ponte dell'Acqua–Passo di S. Marco. Il 7 settembre del successivo 1967 si cominciò a tracciare la prosecuzione della strada, che scendeva nella Valle di Albaredo e completava la Transorobica. Il battesimo della notorietà giunse una ventina d'anni dopo, quando, nel 1986, la strada venne inserita nel percorso del Giro d'Italia, che vi passò il 27 maggio. Una strada che ha dato impulso alla valorizzazione turistica della valle, e che fu subito molto praticata da ciclisti e motociclisti.

Attualmente Albaredo, attraverso molteplici iniziative di animazione e promozione culturale estiva, si pone fra i comuni che più attivamente valorizzano le risorse naturalistiche ed etnografiche di un territorio vocato ad un turismo che sarebbe difficilmente qualificabile come "minore".
C'è un vecchio modo di dire scherzoso, in quel di Albaredo, che si usa quando si vuol far credere a qualcuno una storia incredibile, facendolo passare per credulone: "guarda che sulla luna c'è gente di Albaredo che spala la neve". Se, invece, diciamo che sulla terra c'è gente di Albaredo che custodisce, gelosa ed appassionata, la propria terra, non si racconta di certo una panzana.
Testo e fotografie a cura di Massimo Dei Cas